È l’odio.

Un’emozione che fa parte del patrimonio genetico in quanto esseri umani.

È dentro di noi, latente, quieto, come addormentato. Ma c’è.
Di solito viene risvegliato da uno strappo, da una ferita.
Non ha mai un’origine non violenta. Si alimenta di se stesso e se alimentato cresce a dismisura, provocando lacerazioni e ferite ancora più profonde di quelle che lo hanno inizialmente scatenato.

#19

Un telo di plastica mosso dal vento.

Un corpo che resiste, si lascia colpire, avvolgere, quasi soffocare.

È in questa tensione che vive La Haine: tra la spinta e la resa, tra la libertà e la costrizione, tra ciò che si vorrebbe rompere e ciò che si sceglie di contenere.

Il telo diventa metafora fisica dell’odio interiore: una forza invisibile, mutevole, che non ha forma propria ma prende quella di ciò che incontra. Quando il vento lo gonfia, il modello viene schiacciato, distorto, inglobato, come accade quando le nostre emozioni ci sovrastano.

Ma nel momento in cui la plastica si solleva o si sposta, si crea spazio, respiro, possibilità. È l’eterna oscillazione fra gabbia e liberazione, la stessa che definisce il pensiero del brand:

una forza che non si può controllare, solo accettare.

In questo gioco di resistenza e resa, di aria e materia, si compie l’estetica di La Haine: fredda, lucida, emotivamente brutale.

È così che fanno i buoni.
Continuano a provarci, non si arrendono mai

CORMAC MC CARTHY – LA STRADA- 2007. EINAUDI.

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